mercoledì, 02 luglio 2008
Desideri e sintomi.


Credo di aver bisogno del mare. Bisogno di una sensazione simile al volo, e avrei bisogno di tempo.

Vorrei conoscere l’unità di misura di certe sensazioni, per non dovermi stupire di una risata troppo nervosa, di parole, di momenti casualmente romantici, di colline e di un nulla tanto pesante.

(E del colore arancione, di braccia magre, di visi sbiancati)

E se non metto soggetto ai miei verbi di moto d’animo lo devo solo a me stesso. E alla quasi acquisita consapevolezza della mia faccia. Non è facile sapersi sé stessi, non è facile piacere a sé stessi, non è facile odiare sé stessi.

Vorrei non dovere evitare i “tu” tutta la vita, che qualcuno mi capisse e poi mi spiegasse.

Vorrei riuscire a dormire, stanotte, a sognare un mondo perfetto senza gatti.

sabato, 28 giugno 2008
Va' dove ti porta il blog

“Il moscerino che nasce al mattino e muore prima del tramonto, crede che il giorno duri in eterno. A memoria di rosa, non s’è mai visto morire il giardiniere.”
Stendhal, Storia della pittura in Italia

 
“Che Dio le benedica, che Dio le benedica tutte quante”
L. Sterne, Viaggio sentimentale di Yorìk
 
 

La dimensione semovente.

Mi perdoneranno i colli, le montagne, i laghi, i fiumi, mi perdoneranno i barbagli di luce dal finestrino del treno, mi perdoneranno i paesini arroccati, i campi di grano, le piccole cascate, mi perdoneranno i covoni di fieno, le masserie, le città, le stazioni.
Mi perdoneranno se la prima immagine che mi viene in mente in chilometri e chilometri di viaggio è il sedere di una ragazza moldava, che dorme tranquilla da sola con me nello scompartimento. È notte fonda, lei ha un vestito leggero blu scuro a righe bianche. È bella, ha diciott’anni, ma ne dimostra di più e mi perdonerà anche lei, che no, non ricordo il suo nome.

Il resto è caldo e colori e quella sensazione che non si può spiegare, di essere in un posto che è altro, di muoversi in una dimensione che non è ferma.

È il viaggio, che non ha altre ragioni se non sé stesso.
 
 
Il cappello di Gauss. 

Quante sono le possibilità? Le possibilità d’incontrare un parente per le strade di Napoli, le possibilità di guardare uno sguardo che ti prende da dentro, di scoprire per caso un pezzo di Bramante a Milano, le possibilità di darsi appuntamento oltre la curva di Gauss, di non esser altro che punti felici a spasso fra gli assi cartesiani.
Non porto il cappello io, signor matematico, dormo poco, mangio se lo ricordo, mi piace la pizza e l’amicizia, ma tifo per l’estinzione dell’essere umano. Oh, signor Carl, potrei non saper contare fino a dieci eppure esser felice stanotte, è difficile tenerci a bada, siamo gente cattiva e viviamo di vita, di birra e di deviazioni non standard.
Gli voglio bene a quella gente lì, mi capirà.

venerdì, 13 giugno 2008
La solitudine di Edna (e del suo cane)

Il maestro le disse: “Dovrai avere il controllo su ogni cosa”
“Le cose sfuggono” disse Edna.
“Potrai controllare ogni cosa se accetti di non controllare nulla, fai del caos il tuo unico ordine”.
Edna sia alzò e preparò il caffè.

Il primo venerdì di settembre del 1987 era un giorno calmo, l’estate s’arrendeva ad un autunno giallo, rosso e fresco. Erano passati cinque anni. La casa a pochi metri dal torrente dava la solita ombra al solito cortile. Tutto al borgo sembrava tenuto in piedi da una solida impalcatura di noia atavica.

Venne Alberto e trovò Edna impiccata al lampadario. Era vestita da sera, il trucco fatto con cura dava un che di grottesco al viso deformato nella smorfia bianca della morte. C’era un biglietto sulla scrivania, una grafia per nulla alterata, ma elegante e molto inclinata a destra, come sempre era stata quella di Edna.
Una scarpa, erano nere col tacco, le era rimasta sul piede; l’altra era sotto di lei, sul pavimento.

“C’è troppo ordine nel mio caos”, c’era scritto sul biglietto. Solo questo. La tendina azzurra si muoveva con la brezza, una tazzina col fondo sporco di caffè ormai secco teneva fermo il piccolo foglio di carta, dentro la tazzina un mozzicone di sigaretta, vi si vedeva il segno del rossetto.
Al borgo la notizia prese il volo, se possibile c’era più silenzio del solito, anche Vanni, l’ubriacone, non cantò una sola nota tutta la notte alla sua luna.

La prima domenica del settembre 1987, venne il circo. I bambini correvano per il borgo felici.
Dicono che il cane di Edna si lasciò morire di fame quell’autunno del ’87.

sabato, 07 giugno 2008
Cose senza nome e senza titolo.

Ho sempre sostenuto che le parole sono importanti. Eppure sono sempre più maltrattate perciò la mia difesa a spada tratta, come novello don Chisciotte, si fa più determinata, cieca, impari.
Che nemmeno io ho i mezzi adatti, ovvio.

Cerco le qualità che non valgono per questa razza umana che adora i cellulari e non conosce le parole; mi vien da dire parafrasando il buon Ferretti (che di questi giorni, gli orologi, non se li fila più nessuno).

Eppure c’è un tipo di parola che mi piace sempre meno. I nomi. I nomi che bisogna per forza dare alle cose. “Chiamiamo le cose col loro nome” è una frase che ostentando un’esemplare ed ammirevole chiarezza nasconde invece, a mio modo di vedere, un’ottusità e una falsità senza uguali.

Gli ebrei scelsero un nome senza vocali per il loro dio, di modo che non lo si potesse pronunciare. E questo per allontanarlo dalla comprensione umana: puoi comprende ciò che puoi chiamare, era la loro teoria.
La mia è invece che dargli un nome vuol dire avere la presunzione di aver compreso qualcosa.
Di poter catalogare, censire, classificare.

Solo per fare un esempio, non è meglio uno che dice omosessuale o di colore anziché frocio o negro. Non è la parola in sé che fa la virtù, non è il nome che usi ad essere importante.

Dare i nomi alle cose è la maggiore fonte di fraintendimento, la prima mossa dell’ipocrita.

Ed io cercherò di non esserlo, ipocrita, non darò quindi nomi ad alcunché.

Non darò nome alle cose che sento, alle cose che sto provando, a questa cosa che mi fa venir voglia di boxare col fantasma come un Rocky basso e grasso di provincia, a quel che mi fa vegliare notti intere a veder il buio abdicare in favore dell’alba. Una volta e una volta ancora.

Non darò un nome a quello che voglio, perché quello che voglio non ce l’ha un nome: ne ha mille perché mille sono le cose che voglio; e non ne ha nessuno perché non lo so quello che voglio.

E non darò un nome a quel che sono. Perché ne ho sentiti tanti: pazzo, genio, cretino, buono, stronzo, ubriacone, responsabile, dolce, insensibile, cinico, romantico, lunatico, prevedibile, affidabile, testa di cazzo. Potrei continuare all’infinito quest’elenco di cose che dovrei essere se non fosse assolutamente inutile.

Non voglio una categoria dove infilarmi,  non voglio essere quello a cui dici l’ho capito come sei e poi tiri fuori un aggettivo a cazzo dal vocabolario.

Vorrei che nessuno cercasse di dare un nome a quel che sono, vorrei la libertà di non essere capito.
Perché a questo mondo, di questi tempi, la massima libertà che puoi avere è il desiderio della libertà.

E chissà poi se libertà è il nome giusto.

mercoledì, 04 giugno 2008
Tien An Men
"Tempi moderni forti sporchi e sanguinanti
Volevo dirvi
Tien An Men è deserta"

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